PIZZO MELLASC - ALPE COLOMBANA e RAMPA DI VEDRANO

Gerola - Castello - Laveggiolo - Alpe Colombana - Alpe Vedrano - Pizzo Mellasc

PIZZO MELLASC - ALPE COLOMBANA e RAMPA DI VEDRANO

Gerola – Castello – Laveggiolo – Alpe Colombana – Alpe Vedrano - Pizzo di Mellasc

Difficoltà : Percorso per Escursionisti Esperti T4+

Indicazioni : Assenti;

Bollatura : Assente o praticamente assenti

Traccia : Mulattiera, pista, sentiero, assente;

Tempo di salita : ca 5h]

Dislivello positivo : 1500 ca

Periodo consigliato : Da Giugno ad Ottobre

L’obbligata navigazione dall’Alpe Colombana fino al raggiungimento della cresta del Mellasc è abbastanza selettiva per il terreno molto faticoso ed a tratti esposto. Un’ottima visibilità ed un buon senso dell’orientamento si impone per ricercare, di fatto a vista, il percorso.

Disponibilità acqua : Nessuna.

Appoggi : Nessuno

Data di stesura relazione: Primi anni venti.

La Rampa di Vedrano è un suggestivo ripido scivolo naturale che un tempo permetteva alle mucche di raggiungere gli alti pascoli di Trona Soliva, oltre la cresta Nord ovest del Mellasc, dall’amena valle dell’Alpe Vedrano. Vedrano è ancora caricata; l’Alpe Colombana invece, situata in una stupenda conca alpina, poco distante e posta i piedi del Monte che porta il suo stesso nome, è caduta in rovina da tempo. Inanellare queste due antiche e dimenticate mete ne fa un impegnativo viaggio tra il passato, ma in parte ancora presente, del Bitto.

La Rampa di Vedrano è un suggestivo ripido scivolo naturale che un tempo permetteva alle mucche di raggiungere gli alti pascoli di Trona Soliva, oltre la cresta Nord ovest del Mellasc, dall’amena valle dell’Alpe Vedrano. Vedrano è ancora caricata; l’Alpe Colombana invece, situata in una stupenda conca alpina, poco distante e posta ai piedi del Monte che porta il suo stesso nome, è caduta in rovina da tempo. Inanellare queste due antiche e dimenticate mete ne fa un impegnativo viaggio tra il passato, ma in parte ancora presente, del Bitto.

DESCRIZIONE : Partenza da Gerola. Parcheggiato poco a monte dell’abitato vi si entra raggiungendo subito la piazza ai piedi dell’imponente Chiesa di San Bartolomeo e del mastodontico Sacello votivo ai caduti in montagna e sul lavoro. Aggirato sulla sinistra lo slanciato campanile s’imbocca una viuzza cieca che termina in un minuto slargo. Qui parte la storica mulattiera per le alte frazioni di Castello e Laveggiolo. Il voltare lo sguardo verso Gerola è la più classica delle cartoline.

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Un cippo di legno dell’Eco museo della ValGerola indica l’inizio dell’antica mulattiera. Una manciata di tornanti cementati, e relativi ponticelli, superano educatamente il praticello segnato da un canale; proprio ad di sotto della carrabile di Laveggiolo che sormonta Gerola. Tornati su asfalto si segue la strada fino al successivo tornante, dove un nuovo cippo segna la via in piano, fuori dal bitume. Si raggiunge presto un’orrida gola superata da un bel ponte di pietra ad arco. Pregevole la vista verso valle, dominata dal roccioso budello del canale; un po’ meno quella verso monte caratterizzata da costruzioni idrauliche. Oltre il corso del torrente Vedrano la mulattiera torna ad essere selciata alla regola. Con breve tratto si ritrova ancora la strada. Seguitala per poche decine di metri un altro familiare cippo ci suggerisce di abbandonarla per il prato a monte. Per innumerevoli sapienti traversi la, ora sì, storica mulattiera rimonta prati e boschetti dove riposano isolate malmesse baite. L’opera di salvaguardia di questa e di altre antiche vie è davvero onorevole. Peccato che restino molto poco battute tanto che il loro selciato fondo, oramai poco o niente calpestato, si stia interrando sempre più. Peccato, davvero, perché l’ingresso in Castello sulla Piazzetta della Chiesa della Modonna della Neve e del panoramico lavatoio non ha prezzo; mentre il perdersi tra gli stretti vicoli acciottolati e le tipiche abitazioni montanare è il meritare una dimensione senza tempo. Raggiunto un bel fontanile si lasciano le ultime case salendo per boschetto di betulle ad un poggio erboso. La Chiesa San Rocco apre ai domini di Laveggiolo e schiude alla vista la corona di selvatiche cime che la cintano.

Alle sue spalle si rimonta asfalto per il tempo d’uscirne tangenti al tornante nei pressi di alcune baite. Nel prato la mulattiera raggiunge Laveggiolo e la pista diretta in Trona. Un po’ tristi nel dover abbandonare la mulattiera seguita fin da Gerola la calchiamo prima su cemento e poi su sterrato godendo degli impagabili scorci sull’alta Val Vedrano e sulla conca dell’Alpe Colombana.
Nei pressi d’un ponte, e del relativo guado della pista sul torrente, si abbandona il largo moderno tracciato per le sparpagliate Baite Grasso nel pascolo a monte. E’ ora di dare un bello schiaffo selvaggio alla gita!

Rasentando liberamente a sinistra un largo regolare canale si superano i prati lasciando le costruzioni sulla destra. All’ombra del lariceto la ripidità del pendio si accentua e, sul morbido tappeto del suo sottobosco, si ritrova un antico sentiero che ad una radura rasenta i ruderi d’una baita. Un ultimo tratto nel bosco ed il sentiero ne esce nei pressi d’una ripidissima china. Interminabili volte semi sommerse da rododendri ed ispidi paglioni la risalgono direttamente; spesso però da abbandonare faticosamente per l’invadenza di ostili boschetti d’ontano. Nei pressi del tratto sommitale, dove la china si innesta in un più regolare fianco della montagna, il sentiero si perde. Battagliato ancora qualche metro, ci si innesta su d’un più intuibile sentiero in piano. Tenuta la destra si raggiunge un antico fontanile e dopo un vago tornante l’unica sosta ancora in piedi della dimenticata Alpe Colombana.

Una cinta di sassi la corona; posti quasi a richiamo del possente anfiteatro che domina l’ampia conca prativa su cui è poggiata. Altre diroccatissime cascine le tengono compagnia punteggiando discrete tanta suggestiva armonia. Il luogo è straziante per così tanta gratuita bellezza. Da qui ben si nota il proseguo del traverso verso Vedrano e la sua Rampa; la scorciatoia per quel “mondo migliore” di Trona Soliva.

Un tale richiamo non può essere ignorato. Siamo praticamente alla stessa quota dell’Alpe Vedrano. Lo storico traverso, almeno fino alla prima costa in vista, è abbastanza chiaro. Una larga zona striata da smottamenti va attraversata in leggera discesa fino a ritrovare il sentiero che, con un paio di volte scende e supera una vallecola. Alternando poi tratti più evidenti a tratti fagocitati dal verde, l’antico passaggio naviga, con alcuni passaggi un po’ esposti, sopra la verticale testata che più a sud fornisce il salto per la scenografica cascata di Vedrano. Con ampia curva in falsopiano deposita alle dolci e larghe onde dei pianori dell’alta Valle protagonista di oggi. La rustica forma dell’Alpe sublima la vista dell’alta testata della sua Valle, in un quadretto di rara proporzione e di mirabile gusto.

Difficile partire ora per la rampa di Vedrano. Ma da qui passeremo ancora durante il ritorno e questo pensiero dà conforto. Come a voler ridiscendere a valle dal sentiero di carico si attraversa il torrente ed ad un marcato pianoro si guarda verso il Mellasc. Un flebile stacco interrompe il compatto muro di ontani ai piedi d’una prima grossa balza. Se un tempo in cui i pascoli erano battuti palmo a palmo dalle mucche il percorso era invero piuttosto libero, oggi, per evitare di soccombere in un tappeto di alti ed insidiosi rododendri, bisogna puntare obbligatoriamente a quella vaga linea. Un tempo questo era sentiero ufficiale; ma sfido chiunque a ritrovare più d’una manciata di stinti bolli da qui fino alla cima. Su di esso si traversa verso est fino ad un cono di sfasciumi che si risale direttamente fino a trovare e a salire alcune facili fasce rocciose. Si torna a traversare verso destra fino ad imboccare una rampa che, severamente definita a monte e a valle da nerboruti stacchi, si stenta davvero a riconoscere se non l’avessimo così attentamente curata a vista fin da valle. Tenendo, per comodità, il ciglio di valle la si risale rimanendo stupiti da tanta regolarità di questo piano inclinato. L’ovvia uscita è sulla sinistra, sull’ariosa cresta Nord orientale del Pizzo Mellasc.
I pascoli di Trona Soliva sono un mare d’erba tutto ad onde, giù fino ai lariceti della Valle della Pietra. Fanno gola anche a me ma per divertenti e facili roccette, sempre ben aggirabili, giungo alla solitaria e recondita cima del Pizzo Mellasc. La sua panoramicità è di prim’ordine e la sua discrezione impagabile.
Ecco gli occhi però posarsi sullo sfregio d’una nuova ghiaiosa pista che da Trona Soliva sale ad ampie volte fino alla Baita dell’Orso. Essa sembra ben supportata da vicino dalle sue amiche bianche dentiere che sorridono beffarde ai piedi del Pizzo di Trona e del Pizzo dei Tre Signori.
Io credo ciecamente nel progresso. Non credo affatto nello sviluppo.

CONSIDERAZIONI: “Rampa di Vedrano” è un toponimo da me inventato.
VIE DI FUGA: Non presenti ma fondamentalmente non necessarie.
SUGGERIMENTO PER IL RITORNO: Come promesso torniamo da Vedrano. Dalla Cima, percorrendo la cresta Nord Ovest, fino quasi al Pizzo Cassera, non si stenterà ad individuare un largo comodo intaglio. Lì, alla bocchetta, arrivano, dalla Val Vedrano, alcuni tornanti parzialmente scavati nella roccia. Una volta discesi, per vaga ma intuitiva traccia, si giunge ad un poggio su cui tenere la sinistra per un lungo pianoro. Oltre di esso Vedrano è in vista.

Approfondimenti

RIFERIMENTI CARTOGRAFICI:

Molta confusione in loco sull’appartenenza del toponimo “Alpe Colombana”. Per la relazione si è usato come riferimento IGM e la carta della Comunità Montana 1:35000

– Carta 1:35000 “GRIGNE – RESEGONE – CAMPELLI – TRE SIGNORI – LEGNONE”
Alpe Colombana segnata ma senza itinerari che la raggiungano (!) Rampa di Vedrano non indicata.

– Carta 1:25000 “Carta Escursionistica della Foresta Regionale Val Gerola”
Nessuna indicazione presente dell’itinerario in questione. Indicata la traccia che dall’Alpe Vedrano porta alla bocchetta anonima di quota 2338 tra i pizzi Cassera e Mellasc. Incoscientemente indicata un’inesistente traccia per il suscettibile Passo Cassera (non nominato nella carta); un indefinito intaglio della tormentata (e credo alpinistica, non ancora verificato) ed esposta cresta tra il Pizzo Cassera e la Cima Fraina. Inoltre questa inesistente traccia viene indicata anche come bretella di collegamento per il vicino sentiero Cadorna rappresentato tra l’altro incompleto. Pura fantascienza.

– Carta 1:20000 “Valli del Bitto Gerola e Albaredo”
Nessuna indicazione presente dell’itinerario in questione. Alpe Vedrano nominata Alpe Colombana. Alpe Colombana nominata “Cumball”. Indicata la traccia che dall’Alpe Vedrano porta alla bocchetta anonima di quota 2338 tra i pizzi Cassera e Mellasc. Incoscientemente indicata un’inesistente traccia per il Pizzo Mellasc sulla falsariga del noto itinerario scialpinistico.

– Carta IGM
Sentieri dell’Alpe Colombana segnati chiaramente. Rampa di Vedrano non indicata ne come toponimo (ovviamente, vedere le considerazioni) ne come itinerario.

 

RIFERIMENTI BIBLIORAFICI:
– Andrea Savonitto “Le valli del Bitto”
Alpe Colombana indicata come “Cumball” e Alpe Vedrano come “Colombana”. Descrizione della salita al Mellasc da Vedrano abbastanza indicativa, certa allora (si spera) della buona visibilità della bollatura. Grazie comunque del bel suggerimento!

PROPOSTE…

 

 

Tutti i diritti riservati. Ogni contenuto è originale e di esclusiva proprietà  MNR – Negri “Manara” Raffaele

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