PIZZO ALTO - CANALONE e CRESTA NORD

Delebio – Osiccio – Alpe Panzone, Capello, Luserna – Pizzo Alto – Costa del Dosso

  • Difficoltà :

Intero Itinerario : Percorso Escursionistico T2/T3

Indicazioni : Scarne;

Bollatura : Datata;

Traccia : Pista, Mulattiera, sentiero, traccia;

Canalone e cresta N: Percorso per Escursionisti Esperti T4

Indicazioni : Assenti;

Bollatura : Vecchissima e sbiadita bollatura (“6”bianco in cerchio rosso);

Traccia : Assente;

  • Tempo di salita : ca 5 [h]
  • Dislivello positivo : ca 1700 [m]
  • Periodo consigliato : Luglio – Ottobre

La navigazione in questo itinerario necessita obbligatoriamente di buone condizioni di visibilità. Il permanere della neve nel canalone si protrae fino a stagione inoltrata.

  • Disponibilità acqua : Castel di Luserna – Casera/Bivacco del Dosso
  • Appoggi : Rifugio Legnone – Bivacco del Dosso
  • Data di stesura relazione: Metà anni dieci.

Nella lettura da sinistra a destra delle mappe, ovvero da ovest a est, la Val Lesina è la prima delle valli Orobiche Valtellinesi. Di pura indomita bellezza, il suo corto e verticale sviluppo regala sempre uno spettacolo possente. Sormontata da una regale corona di cime e contenuta ai lati dalle costiere dei Monti Legnone e Rotondo, è divisa in due rami principali da un manipolo di selvagge cime poste su di una marcata cresta spartiacque. L’itinerario che segue percorre lungamente il bacino sommitale della suo tratto occidentale puntando a raggiungere il Pizzo Alto attraversandone gli alti pascoli e rimontandone il canalone settentrionale fino a raggiungere proprio tale cresta; il tutto in uno stupendo solitario viaggio di remota ed incontaminata natura umana ed alpina.

Nella lettura da sinistra a destra delle mappe, ovvero da ovest a est, la Val Lesina è la prima delle valli Orobiche Valtellinesi. Di pura indomita bellezza, il suo corto e verticale sviluppo regala sempre uno spettacolo possente. Sormontata da una regale corona di cime e contenuta ai lati dalle costiere dei Monti Legnone e Rotondo, è divisa in due rami principali da un manipolo di selvagge cime poste su di una marcata cresta spartiacque. L’itinerario che segue percorre lungamente il bacino sommitale della suo tratto occidentale puntando a raggiungere il Pizzo Alto attraversandone gli alti pascoli e rimontandone il canalone settentrionale fino a raggiungere proprio tale cresta; il tutto in uno stupendo solitario viaggio di remota ed incontaminata natura umana ed alpina.

DESCRIZIONE: Partenza da Osiccio di Sopra.

Alcune considerazioni in merito a tale inizio. Acquistando il permesso di transito giornaliero in alcuni bar di Delebio (previa dichiarazione d’uso di veicolo da fuoristrada) è possibile usufruire della pista agro-silvo-pastorale che collega Delebio con l’Alpe Panzone. Questa intelligente e ben tenuta strada carrabile (sterrata e cementa) è mediamente poco più larga di una macchina ed impone una certa dimestichezza e tranquillità al volante nel gestire percorsi stretti ed angusti e facili tratti fuoristrada. Mettere perciò necessariamente in conto retro marcie e/o accostamenti nelle eventuali piazzole laterali nel caso si incontrassero veicoli provenienti nella direzione opposta. Il vivo consiglio che mi sento di suggerire è quello di posteggiare (comunque limitatissimi posti disponibili) ad Osiccio di Sopra. Oltre la pista diventa tecnicamente impegnativa per i mezzi chiamati a percorrerla e l’Alpe Panzone dove termina non consente molto più che una semplice inversione di marcia. Nonostante tutto essa si rivela di vitale importanza per la vita degli alpeggi e per stemperare dislivelli e sviluppi inumani con partenza e ritorno in giornata da Delebio. Qualora non si optasse per questa soluzione, la possibilità di pernottare al Rifugio Alpe Legnone permette di partire a piedi da valle spezzando l’escursione in due giornate più gestibili e consentendo di scoprire l’impressionante storica mulattiera concava per lo strascico del legname. Questa opzione viene narrata nella relazione della Via del Nevaio al Monte Legnone. Dal rifugio un sentiero permette di ricongiungersi alla pista nel lungo tratto tra Piazza Calda e Alpe Panzone.

Quindi, salutato l’Alpe Osiccio, caratteristicamente adornata in tempi recenti dai dipinti di G.Abram, e lasciata sulla sinistra la deviazione per Canargo, proseguire dritti sulla pista di servizio. Dopo un tornate a monte di una bella casa ed un lungo successivo traverso, si perviene in località Piazza Calda. Qui tra belle baite e ottimi scorci sulla Valtellina, un fontanile cela alle sue spalle il sentiero diretto allo stupendo dosso dove è posato il Rifugio Alpe Legnone. Alla fonte d’acqua perviene anche il sentiero che più direttamente proviene dai prati sommitali dello stesso Osiccio. Senza abbandonare la pista si sfila ai piedi di un più disperso gruppo di baite pervenendo all’edificio del ex Capanna Vittoria. Poco più avanti, uno spiraglio di luce tra la costante presenza dell’ombra del bosco, schiude uno spettacolo imponente.

Una cerchia di maestose cime, unite ed affratellate da una frastagliata e selvaggia cresta che parte dal Legnone e raggiunge il Pizzo di Stavello, collassa in un tripudio di rocce e magra erba sul tormentato altipiano del bacino sommitale dalla Val Lesina Occidentale. Su questo alto davanzale, spezzato in tre ampie porzioni dalle pendici del Dosson di Zocche e dal Pizzo di Val Torta, han trovato spazio nei secoli i più spinti insediamenti umani nella famelica ricerca di nuovo pascolo. Coperte da fitti misteriosi boschi e solcate da spumeggianti corsi d’acqua, interminabili scoscese pendici sorreggono tale splendore prima di gettarsi a capofitto nell’oscurità impenetrabile dei più aspri recessi dell’alveo del torrente Lesina.

Il Pizzo Alto sembra ancora più irraggiungibile qui che intravisto da Delebio. Le gambe pesanti tornano a muoversi sulla pista ignorando le nuove deviazioni create per superare le impressionanti pendenze della vecchia traccia acciottolata. Superata l’immissione del sentierino proveniente dal Rifugio, ben presto si raggiunge, fuori dal dominio del bosco, l’amena Alpe Panzone. Dominata dalla soverchiante mole del Legnone che si mostra orgoglioso ed impudico, con lo sperone attraversato dalla Via del Nevaio e risalito dalla Direttissima in primissimo piano, essa segna la fine della pista di servizio e l’inizio di un nuovo antichissimo mondo.

Preso l’ampio e ben segnato sentiero che ve ne si allontana, si rimonta presto il bosco d’abeti che prelude il valicare le pendici basali della dorsale del Dosson di Zocche sbucando alla bella e solitaria baita dell’Alpe Capello. Risalire il prato alla sua sinistra ed intraprendere un traverso passando sopra alcuni ruderi; superato un marcato canale tra arbusti si approda sui magri pascoli dominati dalla lungo e basso Baitone di Cappello. Questo mare d’erba, strappato coi denti ai rododendri che ordinatamente lo delimitano a monte e a valle e che con mirabile pazienza ne tramano la riconquista, è solcato da un’infinità di ordinati muretti a secco e longilinei mucchi di sassi creati per dar maggior spazio al verde del prato. Allontanandosene, verso le ripide serpentine che rimontano a mezz’altezza il Pizzo di Val Torta, questi sembrano la spuma dell’onda che orla le increspature superficiali dell’immenso oceano del tempo. Lo stesso Baitone lo si nota ben protetto a monte da un imponente paravalanghe cuneiforme. Realizzato da due massicci muri a secco ortogonali tra loro, è uno dei più commoventi e significativi monumenti all’umanità nel quale ci si possa fortuitamente imbattere. Esso racconta chiaramente la tenacia, l’intelligenza astuta e il profondo legame con la natura che arriva ad alimentare la vita di uomini e donne braccati dalla fame. Quel cuneo è l’essenza dell’eterna lotta senza storia per la sopravvivenza che santifica il rispetto per la natura, che dichiara amore per la competizione stessa e che scopre la forza ostinata e istintiva che si erge in mancanza di tutto. Quel cuneo ha la forma della sobria manifesta bellezza che trasuda dalle opere che con fatica e senza compromessi fioriscono da questa profonda comprensione; magari inesprimibile ed inconscia, ma pratica e reale come le pietre accatastate che lo compongono.

Valicata la boscosa dorsale del Pizzo di Val Torta un nuovo imponente spettacolo è pronto ad emozionare l’anima in viaggio. Tra i medesimi muretti a secco e gli stessi longilinei mucchi di sassi, marcate onde del pascolo di origine glaciale si avviluppano ai piedi di una collinetta che si erge sola a fronteggiare la caotica e dirompente fuga verso il basso e verso di sé delle balze e degli scivoli di roccia della Cima di Moncale. Sulle sue pendici, le due autoctone baite del Castel di Luserna osteggiano con la loro ferma aura romantica l’arcigna parete settentrionale della Cima di Cortese sullo sfondo.

Denominata anche Pizzo di Luserna per questo impagabile colpo d’occhio, essa non riesce a celare la vetta del Pizzo Alto che si vede occhieggiare austera e distaccata oltre la parete del Cortese che cade a picco sul pascolo. Questo suo risultare ancora così distante ed irraggiungibile dopo tanta strada e tanta meraviglia, gli fa meritare il nome che porta. Non si riuscirebbe davvero a trovare nulla di più evocativo.

Nei pressi della collinetta, una vaga traccia si avvia verso monte perdendosi rapidamente nel sovrastante magro pascolo. Essa conduce all’Uscioel, ovvero l’uscita (uscio) verso la Valsassina. Detta anche Bocchetta di Deleguaggio, viene toccata dall’Alta Via che però non ne dà indicazione. Raggiunte le baite sul bel terrazzamento e rinfrescati all’acqua della fontana, lo sguardo indagatore non trova altro che la traccia che si avvia verso il Dosso. Il ritorno la calcherà fedele fino a raggiungere il bivio Casera/Bivacco del Dosso e la Casera Stavello. Scendendo per le ripide e ben tenute serpentine della fitta abetaia del Dosso si raggiungeranno poi le baite di Mezzo e del Dosso. Da lì a sinistra su ottima mulattiera fino al Guado del Lesina sul ponte tibetano (del Dosso) ed infine Canargo – Osiccio.

Ma non si può ancora essere soddisfatti. Impossibile volgere già ora i piedi verso valle. Il richiamo dell’ignoto proveniente da quell’immensa bianca croce che riluce remota sulla cima del Pizzo Alto vale almeno il tentativo di provare a raggiungerla. Da essa sembra infatti irradiarsi tutta la bellezza e l’armonia di queste lande sperdute. Il bisogno di esserle accanto è afferrabile e tangibile come uno degli infiniti sassi che sono stati raccolti qui intorno ed ammonticchiati altrove, vicino ad altri simili. La pietra spostata ha iniziato a rotolare e ha avviato una frana che è già inarrestabile.

Avanzare sulla traccia del Dosso abbandonandola istintivamente quando ormai si sono raggiunte le pendici della cresta settentrionale della Cima Cortese. Lambendole in un lungo penoso traverso in leggera salita, dirigersi verso la testata della Val Lesina Occidentale. Una solenne muraglia di spumeggianti balze ondose e squame di roccia occlude la vista mentre il becco del Monte Pim Pum, che vi svetta al di sopra, tutto osserva severo e curioso. E tra il verde profondo punteggiato di screziato rosa dei rododendri che cedono all’erba ed alle ghiaie, ecco sulla destra un immenso canalone spalancare le sue fauci. Risalti trasversali di roccia danno l’impressione di una gigantesca scalinata destinata ad esaurirsi incuneandosi a ridosso della massiccia punta di lancia del Pizzo Alto. Mirando al cuore di questa selvaggia vallata, la si risale faticosamente immettendosi nel vasto ghiaione sommitale. In un anfiteatro spoglio ed apparentemente senza via d’uscita, dominato dalla schiacciante mole del Pizzo ornata dalla delicata lontanissima punta della sua bianca croce, ecco sulla sinistra un’enorme cengia sulla quale poggia, in apparente equilibrio precario sullo strapiombo, un ultimo lungo e tormentato lembo di ghiaione che apre alla possibilità di proseguire la salita. Procedendo in tale direzione, come una minuscola coraggiosa formica, si procede di traverso su di un’enorme inclinata cacofonia di massi incastrati di ogni dimensione e forma, alcuni così grandi e vicini da creare negli spazi tra le loro difformi fogge un buio che crea turbamento. Letteralmente in equilibrio su di essi, tra un salto e l’altro, le orecchie sono tese a captare ogni sordo rumore d’assestamento sotto ai piedi. Ci si scopre a trasalire per ogni lontano isolato schianto e a sforzarsi di rendere il passo il più leggero e silenzioso possibile. Ben rasentando la solida e rassicurante parete rocciosa che domina questa follia sospesa sul vuoto si raggiunge un tratto più assestato di sfasciumi e roccia rotta che conduce in cresta. Il parossismo di vita in cui si è immersi non permette di cogliere molto del selvaggio panorama all’in fuori di sé.

La cresta settentrionale del Pizzo Alto, larga e piana in prossimità della sella in comune con il Monte Pim Pum, s’impenna decisamente dal punto d’uscita del suo canalone. Mani e gambe procedono d’istinto sull’affilato filo di facili roccette. Un diedro stagliato contro il cielo e poi eccola, trattenuta al suolo da tiranti d’acciaio che le impediscono di librarsi in aria con il vento sovrano delle Cime, l’eterea bianca croce di vetta del Pizzo Alto. C’è pace nel starle vicino. Tutto e niente, esattamente come prima. La frana nell’anima s’è quietata. Il sasso spostato che l’ha avviata ha trovato nuovo posto nel mondo.

VIE DI FUGA : Dall’uscita in cresta è possibile ridiscendere verso l’opposta vallate raggiungendo la Baita Sugherone e l’Alpe Mezzana dallla quale si può ritornare a prendere la costa del Dosso per il ritorno a Canargo.

CONSIDERAZIONI

  • La relazione è completa di discesa.
  • Nel cuore del canalone è possibile scorgere pochi radi e sbiaditi bolli riportanti un sei cerchiato. Questa è la vecchia, ma mai revisionata o sostituita, numerazione dei sentieri della zona. Con il n°6 è indicato sia questa salita al Pizzo Alto che l’itinerario che risale dal Castel di Luserna fino alla Bocchetta di Deleguaggio.

APPROFONDIMENTI

RIFERIMENTI CARTOGRAFICI :

  • Carta 1:35000 “GRIGNE – RESEGONE – CAMPELLI – TRE SIGNORI – LEGNONE”

La sentieristica della zona è abbastanza articolata. Alpe/Baitone di Cappello e Castel di Luserna non sono indicati.  Sono invece rappresentati, erroneamente come buoni sentieri, le vie di risalita già descritte o accennate nella relazione dirette alla Bocchetta di Deleguaggio e al Pizzo Alto.

 

RIFERIMENTI BIBLIORAFICI :

  • Alessio Pezzotta : “ ALPI OROBIE OVER 2000 – OROBIE OCCIDENTALI ”

Itinerario per Escursionisti Esperti + con tratti di facile (F – scala alpinistica) passi d’arrampicata. Partenza da Andalo e risalita tutta la Val Lesina Orientale fino al bivio del Dosso.

  • paesidivaltellina.it : “IL PIZZO ALTO”

Buona relazione del medesimo itinerario. Inarrivabili gli excursus culturali dell’autore.

  • caimorbegno.org : “PIZZO ALTO”

Relazione del medesimo itinerario che suggerisce la discesa per la Bocchetta di Deleguaggio. Interessante opzione per esperti della zona in grado di destreggiarvisi.

Tutti i diritti riservati. Ogni contenuto è originale e di esclusiva proprietà  MNR – Negri “Manara” Raffaele

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