PASSO DEL MELLASC

Laveggiolo – Trona Soliva – Boc.ta di Trona – Passo del Mellasc

  • Difficoltà : Percorso per Escursionisti T6-

Indicazioni : Assenti.

Bollatura : Assente.

Traccia : Sentiero, assente.

  • Tempo di percorrenza : ca 5[h]

  • Dislivello positivo : ca 1200 [m]

  • Periodo consigliato : Tardo autunno – inizio primavera.

Itinerario per autentici avventurieri in ambientazione selvaggia ma “in vista”. Terreno estenuante, fino al Valèt pure tecnico ed esposto, da affrontarsi nelle migliori condizioni di asciutto e visibilità.

  • Disponibilità acqua : Nessuna.

  • Appoggi : Rifugio Trona Soliva.

  • Data di stesura relazione : Seconda metà degli anni venti.

Ol Valet è il nome della sosta (stalla e ricovero di pastori) posta sul Monte di Varrone (con "Monte" usato nell'accezione di alpe, luogo di monticazione) sito nel più remoto angolo del Comune di Introbio; ovvero quello che presidia l'accesso alla storica (un tempo anche strategica) Bocchetta di Trona. Sita sulle pendici meridionali del "Monte di Melazzo" (qui "Monte" nel senso di "cima") - oggi Pizzo Mellasc - essa era incastonata su di un'antichissima Via di carico in risalita dalle Casere di Varrone e prolungabile pure verso il Comune di Gerola e all'Alpe di Trona Soliva grazie ad un sagace "Passo" posto lungo la cresta SE del Mellasc. Via eminentemente di pastori quindi, proveniente da un mondo lontano antecedente alla viabilità del Cadorna, ma plausibilmente anche di ribelli e banditi che dovevano tenersi giocoforza lontani dai controlli e dai presidi della legge posti in Trona, per secoli confine di stato tra i belligeranti Grigioni Svizzeri / Ducato di Milano.

Ol Valet è il nome della sosta (stalla e ricovero di pastori) posta sul Monte di Varrone (con "Monte" usato nell'accezione di alpe, luogo di monticazione) sito nel più remoto angolo del Comune di Introbio; ovvero quello che presidia l'accesso alla storica (un tempo anche strategica) Bocchetta di Trona. Sita sulle pendici meridionali del "Monte di Melazzo" (qui "Monte" nel senso di "cima") - oggi Pizzo Mellasc - essa era incastonata su di un'antichissima Via di carico in risalita dalle Casere di Varrone e prolungabile pure verso il Comune di Gerola e all'Alpe di Trona Soliva grazie ad un sagace "Passo" posto lungo la cresta SE del Mellasc. Via eminentemente di pastori quindi, proveniente da un mondo lontano antecedente alla viabilità del Cadorna, ma plausibilmente anche di ribelli e banditi che dovevano tenersi giocoforza lontani dai controlli e dai presidi della legge posti in Trona, per secoli confine di stato tra i belligeranti Grigioni Svizzeri / Ducato di Milano.

DESCRIZIONE: Partenza da Laveggiolo, frazione di Gerola (SO). Seguendo i miseri resti di superbe secolari mulattiere, travolte dalla pista gippabile di Trona Soliva prima e dai ciclabili percorsi TransOrobici poi, si giunge alla Bocchetta di trona (2093 mslm) da cui scendere lungamente in Val Varrone con i tornanti della Strada militare. Giunti a q.ta 1800 m ca, s’ignora una traccia dipartente in piano per una suggestiva presa d’acqua e si giunge al primo d’un gruppo di quattro tornanti. Sotto di esso una buona traccia guadagna e supera l’alveo d’una ottenebrante Valle senza nome, discendente direttamente dalla vetta del Mellasc.

In destra idrografica una rampa ben sostenuta con muro a secco lancia una povera traccia negli alti regolari flutti pascolivi della Casera Nuova di Varrone; ben disposti al di sotto d’una spaventosa rotta muraglia verticale che dovrò, ad un certo punto, avere sotto ai miei piedi. Apparentemente persa sotto ad un dimenticato gabbiotto a servizio d’una conduttura idrica, grazie a questa è possibile continuare il traverso fino ad una nuova vallecola onorata di mostrare un vecchio impluvio in calcestruzzo. E’ ora di una nuova prospettiva. Alzando lo sguardo verso l’alto nel ricercare quel passaggio suggerito dalle vecchie carte ed intuito dalle foto tirate dal Passo Tre Croci, si materializza per me uno spettacolo angosciante.

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La rotta (evidente cengia a 110° ca di azimut) è un gorgo senz’appello del pendio che sembra collassare a ridosso di dure grinze stagliate controcielo. Erba olina mi avvolge nel rimontare questo primo piano inclinato ed è solo per fede che proseguo in un esposto traverso affacciato sul vuoto in direzione d’una costola screziata di roccia. Disperazione e Paura mi han già fatto voltare verso i miei passi ma, nel farlo, l’occhio allenato cade sull’insperato.
Un’incredibile ballerina traccia, mantenuta pesta dagli ungulati, risale quelle maledette roccette con passi artificiali sospesi sul nulla . Guadagnata una ripida china d’erba e risalitala, è ora un umido camino a nascondere i salvifici passi per superare razionalmente due rughe che il Mellasc sembra aver estratto direttamente dal mondo dei miei incubi. Oramai larga e quasi appoggiata, la grande cengia iniziale termina in un panoramico terrazzo dove non è l’elegante Becca del Varrone ne le familiari cime lontane all’orizzonte ad ammaliarmi. La Valle Senza Nome del Mellasc, superata una vita fa e sfuggita alla vista per ribrezzo, si snoda ora ai miei piedi quale ipnotizzante fine del mondo. Spume d’erba e roccia vi cadonono precipitosamente annullandosi in un oscuro antro dove fischia il vento e che annienta il coraggio del misero naviglio umano che ha avuto l’ardire di veleggiare in queste acque aperte.

Infatti, le Colonne d’Ercole che devo affrontare stanno tutte in un traverso affacciato su quel budello; zolle d’erba non dimentiche del passo d’uomo che portano ad aggirare a destra un’impennata rocciosa della dorsale così faticosamente raggiunta. Su d’un nuovo poggio, la Via si rinfranca tra un pugnetto di larici ma preoccupa presto il vederla discendere per rasentare di nuovo quel baratro. Lanciata verso una liscia placca di roccia orrendamente protesa verso il vuoto, la mente grida alla fine del viaggio quand’ecco gradini incisi nella viva roccia fornire un salvifico lasciapassare per il vicino greto d’una Valle del Mellasc che scopro sol’ora amena – e deliziata da una cascata.
Sul verde pendio in sinistra idrografica, una traccia ancora ben percepibile si alza diagonalizzando marcatamente verso destra lungo una cengia erbosa delimitata dal dirupo della Valle del Mellasc ed una bastionata rocciosa. Questa, da intendersi solo come laterale traccia di pascolo, va seguita quanto basta per piegare invece a sinistra sotto fascia e verso una nuova cascatella. Guadato senza sforzo questo piccolo affluente, la traccia storica prevedrebbe ora di ritornare senza difficoltà in destra idrografica della Valle del Mellasc per risalire sul fianco di quella dorsale raggiunta a fine cengia iniziale quanto basta per trovarvi un ammasso di sassi, ovvero i livellati resti d’un misero ricovero d’uomini, che segnano l’altezza d’uno sconsigliabile traverso verso una Valle del Mellasc a quest’altezza particolarmente pericolosa poichè piallata dalle slavine. Quindi, meglio rimontare liberamente un risalto di roccia (II grado) a sinistra della cascatella e poi i magri pascoli alla sua sommità fino a reinnestarsi con la Via storica ormai nei pressi del Sentiero Cadorna – proprio dove da esso si distacca una più alta slavata traccia.
Questa non è nient’altro che il proseguo della Via, ora chiaramente lanciata verso il conoide sfasciumoso dol Valèt.

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Raggiunto un rustico recinto (qui arrivavano le vacche!) si supera un rivo ed una sorgente protetta da sassi ammontonati pervenendo all’appoggiato anfiteatro dol Valèt la cui sosta, vero monumento alla fame e ad un equilibrio perduto, si è ormai quasi interamente ri naturalizzata.

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Il Passo del Mellasc è vicino. Lo si intuisce chiaramente sul rotto filo di cresta. Puntando a sinistra d’un bifido sperone di roccia, per ripidi pascoli si sale liberamente finché uno slavato traverso adduce a due chiare inerbate rampe artificiali che adducono al confine tra terra e cielo.
Grazie infinite, homo selvadego, che ancora una volta mi hai condotto sicuro tra le pieghe più recondite di Storia e Luoghi – grazie a te che ancora tenti d’insegnarmi con la tua clava ad esser saggio e ribelle.

VIE DI FUGA: Non presenti.
PROSEGUO: Al Passo del Mellasc, una freccia di vernice indica Mellasc verso l’alto e Trona verso destra. Una manciata di rampe, scavate nel sasso o sorrette da muretti, adducono alle meravigliose dolci conche pascolive di Trona soliva, punteggiate di rivi e di dimenticati Calecc, e più sotto travolte dalla nuova pista per la Baita dell’Orso.

CONSIDERAZIONI:
– Tra infinite dissertazioni su “Melàsc” o “Mellàsc”, il toponimo “Monte di Melazzo” proviene da un foglio dei mappali Lombardo Veneti (ASM) del Comune di Introbio datato 1847. Nessuna indicazione di Via e di sosta di monticazione presente.
– Via e toponimo “Passo del Melasc” emergono integralmente dai gorghi del tempo grazie alle carte militari austriache del Regno Lombardo veneto. Le IGM italiane di fine ottocento, invece, la riportano solo nel tratto iniziale e finale denominando “ol Valèt” come “Baitella del Melasc”.
– “Ol Valèt” (toponimo adottato da “mappepremanesi.it) potrebbe esser nato come semplice ricovero di pastori di capre, quale l’atterrato baitello posto a circa metà Via. Il fatto che si sia strutturato nel tempo in un abituro (più stalla e recinto per vacche) fa pensare a sviluppi ottocenteschi; ovvero quando cadde il confine di stato in Trona rendendo possibile il carico degli armenti con la costruzione delle ben impostate rampe sopra Trona.

APPROFONDIMENTI

 

 

RIFERIMENTI CARTOGRAFICI:

Mappe teresiane e del Lombardo Veneto di Introbio e Gerola – fogli militari ottocenteschi, italiani ed austriaci.

Tutti i diritti riservati. Ogni contenuto è originale e di esclusiva proprietà  MNR – Negri “Manara” Raffaele

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