MINIERE DI CALOLDINO E VALMUSCIASCO

Lecco (Pomedo) – Codega – Bocchetta di Piave

  • Difficoltà : Percorso per Escursionisti T4+

Indicazioni : Assenti.

Bollatura : Assente.

Traccia : Mulattiera, Sentiero, assente.

  • Tempo di percorrenza : ca 2,5[h]

  • Dislivello positivo : ca 1000 [m]

  • Periodo consigliato : Inverno.

Itinerario per avventurieri in ambientazione selvaggia e faticosa.

  • Disponibilità acqua : Piani Resinelli.

  • Appoggi : Rifugio SEL.

  • Data di stesura relazione : Seconda metà degli anni venti.

Le miniere di alta Val Calolden hanno una storia tanto confusa quanto antica. Aperte in epoche lontane, furono ciclicamente riprese ed ampliate fino al loro graduale abbandono (definitivo nel 1958 dopo l'exploit forzoso tra le guerre) con successiva riapertura turistica a fine anni novanta. Ad esse si giungeva tramite la "Strada Comunale di Calolden che da Laorca metta a Cassina e Miniera" che da Laorca, fin su all'estremo limitare settentrionale del suo comune (oggi inglobato in Lecco), toccato l'occhio pascolivo di Munt'a Bass ("Cassina"), sfociava nella grande apertura prativa della Codega punteggiata nel suo limitare meridionale da alcuni cascinali (località "Miniera") probabilmente (in parte) d'appoggio ai minatori. Attraversato un'ultima volta il torrente Calolden, ormai in Comune di Ballabio la "Strada Ferrata" delle miniere (costruita negli anni dell'autarchia tra le guerre) la incrociava prima che, ritornata nel Comune di Laorca, diventasse "La Strada Comunale di Cost'Adorna e di Codiga". Ma questa e "La Ferrata" non erano le sole Strade di servizio delle Miniere; così come la Miniera "Anna" non era la sola in loco. Un'altra incredibile Via infatti, non riportata in alcuna mappa, segna l'aerea cengia boscosa distesa tra le Saina di San Pietro / Capo di Via e la Costa del Coltignone servendo numerose miniere minori.

Le miniere di alta Val Calolden hanno una storia tanto confusa quanto antica. Aperte in epoche lontane, furono ciclicamente riprese ed ampliate fino al loro graduale abbandono (definitivo nel 1958 dopo l'exploit forzoso tra le guerre) con successiva riapertura turistica a fine anni novanta. Ad esse si giungeva tramite la "Strada Comunale di Calolden che da Laorca metta a Cassina e Miniera" che da Laorca, fin su all'estremo limitare settentrionale del suo comune (oggi inglobato in Lecco), toccato l'occhio pascolivo di Munt'a Bass ("Cassina"), sfociava nella grande apertura prativa della Codega punteggiata nel suo limitare meridionale da alcuni cascinali (località "Miniera") probabilmente (in parte) d'appoggio ai minatori. Attraversato un'ultima volta il torrente Calolden, ormai in Comune di Ballabio la "Strada Ferrata" delle miniere (costruita negli anni dell'autarchia tra le guerre) la incrociava prima che, ritornata nel Comune di Laorca, diventasse "La Strada Comunale di Cost'Adorna e di Codiga". Ma questa e "La Ferrata" non erano le sole Strade di servizio delle Miniere; così come la Miniera "Anna" non era la sola in loco. Un'altra incredibile Via infatti, non riportata in alcuna mappa, segna l'aerea cengia boscosa distesa tra le Saina di San Pietro / Capo di Via e la Costa del Coltignone servendo numerose miniere minori.

DESCRIZIONE: Partenza da Lecco, parcheggio di Via Antonio Pacinotti. Attraversato la suggestiva frazione di Pomedo fino al pittoresco ponte ad arco steso sulla Val Calolden si prende il celebre segnavia 2 diretto ai “Resinelli”. A q.ta 1050 ca si incontrano i miseri resti di Munt’a Bass e poco più sopra, ormai prossimi ai prati della Codega, i rustici di località “Miniere”. Proseguendo dritti all’incrocio (non segnalato) con la dimenticata Strada Ferrata – che a sinistra mena (possente, ma malconcio, terrapieno sorretto da muri a secco segnalato) all’imbocco della turisticizzata Miniera Anna e a destra (con pari lignaggio) alla Vecchia Strada proveniente da Ballabio – mi immetto su d’una poderosa rampa murata lasciando che “La Strada Comunale di Cost’Adorna e di Codiga” converga al torrente Calolden. Preso a sinistra, si supera un cieco saggio minerario fino a che il segnavia, raggiunta una rastrematura del sedime nei pressi d’un pulpito panoramico, non piega decisamente (e contro intuitivamente) verso destra (ENE) naturalizzandosi nel magro prato d’una zona meno fitta di bosco.

Invece, proseguendo logicamente dritto, scopro un terrapieno murato puntare a due bastioni stesi sulle sponde della Valle di Burlì. Orfani di pontegge a scavalco, il guado che ne segue è indolore e in destra idrografica scopro pure un’ombra di sedime selciato. Lasciando il recente calpestio menare ad un occhio di prato segnato da un diroccato capanno di caccia, proseguo a mezzacosta scoprendovi un verde largo sedime incidere la sagoma del pendio che si staglia contro cielo. Girata la curva, un possente muro a secco a sostegno del sedime – forte e grande al pari di quello della Strada Ferrata! – offre che pochi passi prima del suo collasso. Superato il delicato mancamento, grande è la gioia che si schiude agli occhi.

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Passato un tratto trincerato, per macchia di spini e noccioli finisco sullo staccionato sentiero d’accesso alla Miniera Anna. Seguitolo in salita, con la stessa inclinazione e larghezza del tratto scoperto poc’anzi, lo scopro un ricalco della Via che sto seguendo; o, meglio, almeno fino al primo dei tornanti che s’innalzano alla SEL. Scavalcato quindi la lignea transenna, tra rifiuti e arbusti, supero un conoide vallivo in cerca della felice inclinazione che m’ha portato fino a qua. Tra conifere piantumate in assestamento del pendio, riecco la traccia raggiungere un faggio secolare e le reti metalliche d’una porzione di Parco Valentino un tempo destinata a recinto faunistico. Seguendola in piano, la Via sembra solo la squallida ruspata rimasta dalla posa delle reti ma, liberatomi dalla loro sgradita presenza, ritrovo il caro ciglio di massi disposti a secco proseguire in direzione SSO. Approssimandosi ad un nerbo del pendio, la ripidità generale dell’ambientazione si fa rilevante; ciononostante una tracciolina perviene dal basso, proveniente da un misterioso buco nella roccia. Girato l’angolo, meraviglia! Una galleria intaglia la severa grinza del pendio piuttosto che girargli intorno!

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Oltre, il solito muro di sostegno, sempre più sconnesso ed inghiottito dal verde, giunge in breve ad un piccolo slargo sorvegliato da un nero guercio occhio. Un faggio, sporto a gomito sopra di esso, sembra volerlo vergognosamente nascondere alla vista.

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Da qui il proseguo si complica; una traballante aerea tracciolina di rustici gradini di sasso adduce ad una nuova costa da cui diparte un sentiero che effettua un paio di tornanti in salita. Raggiunto un appoggio sulla stessa, in piano procede sulla precipitosa testata della Saina Capo di Via fino a venire quasi totalmente inghiottito dalla lussureggiante vegetazione. Garantito però sempre lo spazio minimo per il passaggio d’un ungulato, con essa si arriva a pochi metri di facile pendio sotto la verticale della “piazzetta” del Parco Valentino. Sporcizia e maleducazione, impongono però di trovare la salvezza più avanti, quasi ormai prossimi alla Bocchetta di Piave.
Ormai fuori, malconcio ed in mezzo ai miei simili incontrati sulla polverosa strada diretta al “Belvedere”, non riesco che a pensare all’ultima miniera incontrata. Miniera che ho varcato; che ho percorso fino ad una nuova uscita (segnata da muretto a secco) nei pressi di una piazzetta erbosa artificiale affacciata sul vuoto della Saina di San Pietro.

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Ora, sulle larghe strade del ritorno, mi trovo a pensare che gli uomini di un tempo non erano migliori di quelli di oggi; l’umanità è sempre la stessa. Se una volta l’operare era attento alla rinnovabilità delle risorse, come per il mondo contadino, era solo perché queste avevano un valore sussistenziale non ritrovabile altrove. Anche lontano da queste logiche, come per le miniere, una volta sembrava dominare il senso della misura – ma era solo per la limitatezza dei mezzi. Forse, quindi, abbiamo solo perso il controllo della “nostra” tecnologia e con essa il senso del limite. A casa, interrogata a tal riguardo l’AI, mi ha detto però di non preoccuparmi.

VIE DI FUGA: Non presenti.
CONSIDERAZIONI:
– I toponomi “Caloldino” e “Valmusciasca” emergono da alcuni atti notarili ottocenteschi riferiti alle miniere in alta Val Calolden (Aroldo Benini – “Appunti sulle miniere dei Piani Resinelli” – da Archivi per Lecco N°3/1978). Purtroppo, le scarse ed approssimative informazioni, non ne consentono l’esatta ubicazione.
– Domenico Vandelli invece, nella sua “ Istoria naturale del lago di Como” descrive nel 1763 le miniere della “Val Calaondel” (ma in altri passi chiamata anche “Calondel” o “Colondel”…) come “rimpette ad altissimo scoglio di pietra in figura di cono” che ben si può ancora identificare nel Campanile di San Pietro. Gli accessi minerari descritti, quindi, ben si sposano con la descrizione del Vandelli – molto meglio di quelli della miniera “Anna” affacciati sulla boscosa Val Maiacchina confluente nella Val Calolden all’altezza di Munt’a Bass.

APPROFONDIMENTI

RIFERIMENTI CARTOGRAFICI :

• Mappe teresiane e del Lombardo Veneto di Laorca – Carta delle Grigne 1:20’000

Tutti i diritti riservati.

Ogni contenuto è originale e di esclusiva proprietà  MNR – Negri “Manara” Raffaele

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